La solitudine del partner quando di mezzo c’è il telefonino

Si chiama “partner phubbing”, da “snubbing” (snobbare) e “phone” (telefono): lo fa chi trascura, in modo assai poco educato, la persona con cui si è impegnati, non importa dove e in quale occasione, per controllare compulsivamente lo smartphone.

Secondo uno studio dell’Università texana di Baylor pubblicato su Computers in Human behavior più del 30% degli intervistati non riceve le giuste attenzioni dal partner e nel 20% dei casi è proprio il telefono perennemente in mano ad aver incrinato il rapporto con il compagno. E non tanto per gelosia dovuta ai sospetti su chissà cosa nasconda, ma proprio per la sensazione di tristezza e inquietudine che deriva dal sentirsi trascurati e lasciati soli.

Il cellulare è diventato un “altro” ingombrante, che anche quando non squilla si fa sentire. E, soprattutto, guardare senza sosta. Questo perché ci si illude di possedere una rete di relazioni, più ampia di quella effettiva e reale, fatta di ammiratori virtuali, seguaci (followers) e likers che sanno gratificarci come si deve.

Nella coppia non è nemmeno più questione di tradimento, ma proprio di trascuratezza. È come essere trasparenti. Chi sta a fianco a una persona, che non si stacca mai dal dispositivo, subisce una sensazione di vero abbandono…

da La Repubblica.it - di ALESSANDRA BORELLA

Salute e …peggio nun nisse.

 

Internal medicine rocks

Il 20% della popolazione italiana (dodici milioni di persone) presenta almeno due malattie croniche. La presenza di più patologie croniche è un fenomeno sempre più presente e diviene tanto più frequente all’avanzare dell’età: la stragrande maggioranza dei pazienti con pluripatologie ha più di 55 anni e 7 anziani su 10, tra quelli con più di 75 anni, sono affetti da almeno due malattie. Ma la pluripatologia non risparmia nemmeno i più giovani: nella fascia di età tra i 45 e i 54 anni 1,4 milioni di italiani (il 16,6%) soffrono di almeno due malattie croniche. Questi sono pazienti complessi, per i quali occorre individuare i percorsi più idonei e le priorità di cura: per questo si ritiene fondamentale il medico internista, che dovrebbe essere in grado di giungere a una diagnosi, anche la più complessa, grazie a competenze che spaziano in quasi tutte le discipline mediche e soprattutto tenere le fila delle diverse specialità coinvolte nell’assistenza al paziente, guardando all’assistito nella sua totalità.
Uno studio pubblicato sugli Annals e condotto nel Texas nel periodo 2001-2006 ha evidenziato che i pazienti curati dall’hospitalist, una realtà assistenziale paragonabile al ruolo svolto in Italia dai reparti di medicina interna, presentavano una durata della degenza di 0,64 giorni più breve e costi di degenza ospedaliera ridotti per un valore di 282 $ per paziente trattato.

Salute e …peggio nun nisse.

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