Falsi miti sulle caraffe

C’è un intero mondo di pregiudizi e di disinformazione che spinge milioni di italiani a spendere decine di euro all’anno per comprare la minerale o utilizzare le caraffe pensando di tutelare la propria salute.
Eliminano l’arsenico: Chi pensa di eliminare l’arsenico eventualmente presente in alcune zone nell’acqua di rubinetto rimarrà deluso: le cartucce delle caraffe hanno scarsissime possibilità di trattenere l’arsenico.
L’acqua addolcita è migliore: Il forte addolcimento operato dalle cartucce sull’acqua di rubinetto è un vantaggio solo per il gusto. In effetti si riduce il fastidioso odore di cloro, a volte presente nella potabile. In compenso, il consumo di acque dure, oltre a non essere per nulla dannoso, è associato a una minore incidenza di malattie cardiovascolari.
È più ecologico: In realtà filtrare l’acqua contribuisce alla produzione di rifiuti. Le cartucce richiedono uno spreco di risorse per essere prodotte e diventano presto scarti (hanno una vita breve, di circa un mese).
Permette di spendere meno: Il modo migliore per risparmiare è bere acqua del rubinetto. Se poi si beve acqua gasata, la caraffa è più cara anche della minerale in bottiglia.


La potabile è sempre più conveniente

Bere l’acqua del rubinetto è da molti punti di vista la scelta migliore: costa meno di un euro all’anno, non obbliga a portare pesi a casa e i controlli rigorosi ga­rantiscono quasi sempre una qualità buona. Non di­mentichiamo anche il rispetto dell’ambiente: niente plastica e zero inquinamento da trasporto merci.
Se trovate la potabile di sapore poco gradevo­le (il che non significa che non sia pulita), mettetela in una brocca aperta per una mezz’ora in frigorifero: l’odore di cloro (utilizzato per ridurre al minimo lo sviluppo di microbi) sparirà del tutto.

 Da Le news di Altroconsumo

Salute e …peggio nun nisse.

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Slow Internet

A Bruxelles per banda larga si intende una tecnologia, come la fibra ottica, che ci permette di viaggiare a 100 megabit al secondo; in Italia la situazione non è di quelle più rosee, infatti solo il 3% utilizza questa tecnologia avanzata mentre il restante 97% si deve “accontentare” della classica ADSL, la cui velocità media non supera i 4 megabit al secondo e scende a 3,2 o addirittura a 2,6 nelle zone rurali e nei centri con meno di duemila abitanti (dati dell’Osservatorio nazionale banda larga).
E stiamo parlando di valori in download (dati in arrivo), perché nell’upload (dati in partenza) la differenza è ancora maggiore: la “A” di Adsl sta infatti per “asimmetrica” perché lo spazio riservato ai dati in arrivo è maggiore di quello lasciato ai dati in partenza, che da noi spesso non supera i 640 kb al secondo. All’estero invece le linee, quando non sono la fibra ottica, sono dsl, senza la “A”, il che significa banda larga anche quando si invia.

E poi c’è la qualità: secondo uno studio della Said Business School dell’Università di Oxford in collaborazione con l’Università di Oviedo, nel 2010 l’Italia era al 26° posto sui 30 paesi più avanzati per qualità della banda larga, misurata attraverso capacità di download, capacità di upload e latenza (durata) di connessione.
Bastano queste cifre a dare una misura del ritardo infrastrutturale del nostro paese (dove solo il 39% degli abitanti può accedere a una linea a 20 mega, la percentuale più bassa di tutta l’Europa). Un ritardo che nel 2009 il governo si era proposto di colmare con uno stanziamento di 800 milioni per portare la banda larga a tutti gli italiani entro i successivi tre anni.
Pochi mesi dopo quello stanziamento è stato utilizzato per assorbire altre necessità di bilancio.

Salute e …peggio nun nisse.

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