PERCHÉ GLI OROMO PROTESTANO IN ETIOPIA

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“Il governo etiope sta uccidendo il mio popolo”

L’atleta etiope Feyisa Lilesa, quando ha tagliato il traguardo della maratona alle Olimpiadi del Brasile, ha incrociato le mani sulla testa in segno di protesta contro l’uccisione di centinaia di persone di etnia oromo in Etiopia.
Per mesi gli oromo usano lo stesso gesto di Lilesa per manifestare contro l’incarcerazione di centinaia di persone che protestano contro il piano del governo di espropriare le loro terre.
L’Oromia è la più grande regione dell’Etiopia e circonda la capitale Addis Abeba: gli oromo sono il più nutrito degli 80 gruppi etnici presenti nel paese e rappresentano circa un terzo dei 95 milioni di abitanti del paese.
Le proteste sono scoppiate lo scorso novembre, dopo il piano del governo di espropriare le terre degli oromo per espandere il confine amministrativo della capitale, Addis Abeba. La proposta è stata ritirata a gennaio,  ma le proteste sono continuate. Gli oromo chiedono il rispetto dei diritti umani nel paese, giustizia per le persone morte durante le proteste e la liberazione dei manifestanti che sono stati messi in carcere dal governo.
Secondo Human Rights Watch (Hrw), più di 500 persone sono state uccise nelle proteste.

da http://www.internazionale.it/

Salute e …peggio nun nisse.

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Pavitra Bhardwaj: violentata e non ascoltata

Pavitra Bhardwaj tre anni fa, quando era ancora assistente nel laboratorio di chimica del college Bhim Rao Ambedkar dell’Università di New Delhi, fu violentata dai suoi colleghi e dal suo capo.
Ma oltre allo stupro, dopo aver dichiarato di voler denunciare i suoi aggressori, subì anche l’umiliazione di essere licenziata.
Negli ultimi sette mesi aveva cercato invano di denunciare il caso alla polizia locale, al nucleo Crimini contro le donne, all’ufficio del capo di governo Sheila Dikshit, al vice-cancelliere dell’Università di Delhi. Nemmeno suo marito Dharmender Bhardwaj, che lavora come capo poliziotto a Delhi, è riuscito ad aiutarla.

Così come estremo atto di protesta il 30 settembre scorso si è data fuoco davanti alla sede del governo nella capitale. È arrivata all’ospedale di Lok Nayak con il 90% del corpo ustionato.

Pavitra Bhardwaj è morta dopo una settimana di agonia.


Pavitra ha riferito alla polizia di aver commesso il gesto perché nessuno aveva ascoltato le sue grida d’aiuto in altri modi.

Salute e …peggio nun nisse.

Proteste anche in Brasile

In Brasile si è svolta la più grande protesta degli ultimi venti anni.
La scintilla che l’ha innescata è stato l’aumento del prezzo dei trasporti pubblici e il denaro speso dal governo federale per organizzare la Confederation’s Cup e, l’anno prossimo, i Mondiali di calcio.
Oltre duecentomila persone, soprattutto giovani, hanno invaso le strade delle principali città, la metà delle quali a Rio de Janeiro, dove sono stati incendiati cassonetti e auto in sosta e sono state lanciate bombe carta contro la polizia che, intervenuta in assetto antisommossa, ha risposto sparando candelotti di gas lacrimogeno e pallottole di gomma.

Il Brasile, sesta potenza economica al mondo, dopo anni di crescita economica e sociale, inizia a fare i conti con un’economia stagnante e con l’inflazione in aumento, specie sulle derrate alimentari. Il malcontento interessa sempre più anche la sanità e l’istruzione traballanti e i servizi che lasciano a desiderare.


Ad alimentare la tensione poi le dichiarazioni del presidente della Fifa, Joseph Blatter, che contro la protesta della popolazione brasiliana ha detto: “Il calcio è più importante dell’insoddisfazione della gente”.

 

Salute e …peggio nun nisse.

Turchia in rivolta

A Istanbul continuano le proteste nonostante i pesanti interventi della polizia, che caricano anche i disabili. I manifestanti denunciano violenze sessuali nelle caserme per punire chi protesta, mentre nel tribunale di Caglayan, sono stati arrestati 50 avvocati difensori dei manifestanti. Il premier turco, Recep Tayyip Erdogan, ha minacciato: «Andremo avanti ad oltranza, fino all’ultimo manifestante» (da lui definiti “criminali”).

La protesta è nata il 27 maggio scorso come corteo pacifico contro l’abbattimento del parco Gezi, sulla piazza Taksim, dove si voleva costruire un centro commerciale e una nuova moschea, oltre al rifacimento di una caserma militare ottomana, ma la polizia ha reagito con violenza scatenando manifestazioni in tutto il Paese contro il governo Erdogan, accusato di essere autoritario e troppo filo islamico. La polizia è intervenuta con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua con tale violenza che il bilancio di queste due settimane di contestazioni parla di 5 vittime e migliaia di feriti.

Al governo di Ankara è giunta una condanna dal Parlamento Europeo, che ha approvato una risoluzione che esprime preoccupazione per «l’uso sproporzionato ed eccessivo della forza» da parte della polizia turca e che «deplora le reazioni del governo turco e del primo ministro Erdogan», accusando lo stesso premier di acuire la polarizzazione della situazione. Durissima la posizione di Erdogan in merito, che ha detto: «Non riconoscerò la decisione del Parlamento europeo su di noi. Chi vi credete di essere per prendere una decisione del genere?».

«Bella ciao» è diventata una colonna sonora del movimento di protesta che sta scuotendo la Turchia.

Salute e …peggio nun nisse.

La marcia delle sgualdrine

Secondo il rapporto del “Panos Institute” di Londra, un’organizzazione non governativa che si occupa di problemi globali e dello sviluppo, per le donne tra i 15 e i 44 anni la violenza è la prima causa di morte e di invalidità: ancor più del cancro, della malaria, degli incidenti stradali e persino della guerra.
La violenza contro le donne è endemica, nei paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo. E non conosce differenze sociali o culturali: le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi e a tutti i ceti economici.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, almeno una donna su cinque ha subito abusi fisici o sessuali da parte di un uomo nel corso della sua vita. Il rischio maggiore sono i familiari, mariti e padri, seguiti a ruota dagli amici: vicini di casa, conoscenti stretti e colleghi di lavoro o di studio.
La violenza sulle donne in gran parte del mondo è una normale componente del tessuto culturale e non viene identificata come tale neppure dalle sue vittime.
In molti paesi in via di sviluppo, picchiare la moglie fa parte dell’ordine naturale delle cose, una prerogativa maschile ancora indiscussa: in un distretto del Kenia, il 42% delle donne intervistate venivano picchiate regolarmente dal marito.
Negli Stati Uniti, ogni 15 secondi, viene aggredita una donna, generalmente dal coniuge; la violenza contro le donne è diffusa persino nelle avanzate democrazie scandinave: Marianne Eriksson, parlamentare europea della Svezia, ha dichiarato che, nel suo paese, “ogni dieci giorni una donna muore in seguito agli abusi subiti da parte di un familiare o di un amico”.
Mi ha molto impressionato l’indagine condotta dall’Istat riguardo il fenomeno delle violenza fisica e sessuale contro le donne in Italia: consiglio vivamente di leggerlo  → vedi qui.

Una frase pronunciata all’università di Toronto da un poliziotto, secondo cui “per ridurre i rischi di violenze sessuali le ragazze dovrebbero smetterla di vestirsi come sgualdrine”, ha innescato una protesta contro la violenza e la discriminazione sessuale, sotto il nome volutamente provocatorio di “marcia delle sgualdrine”.
La protesta è arrivata in India ed anche se non veste i panni succinti indossati nelle camminate di Toronto, Londra, Seul, Boston e Melbourne, il messaggio è lo stesso: basta con il cliché del “se la sono andata a cercare”: “La violenza contro le donne viene spiegata dicendo che è perché indossano abiti corti, perché sono sgualdrine, perché hanno un brutto carattere. Lottiamo contro questa percezione della gente per cambiarla”.

Salute e …peggio nun nisse.

Se non ora quando?

Dopo il caso Ruby, dopo le vicende che hanno coinvolto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, è stata organizzata una protesta di piazza; grande, pacifica, festosa.


Oggi è il giorno delle donne

Organizzata dal comitato “Se non ora quando?” la manifestazione delle donne si svolge in oltre 230 città italiane, alle quali si sono aggiunte una cinquantina di città di tutto il mondo: tante donne che hanno voluto riunirsi per chiedere al Paese di rispettare la loro dignità e i loro diritti.

La manifestazione di oggi vuole essere, nell’intento delle organizzatrici, un modo per far sentire la propria voce senza bandiere di partito e di sindacato. Una manifestazione trasversale. Le donne non devono essere viste come «oggetto di discussione o come oggetto e basta. Con la negazione della dignità e dei diritti delle donne non c’è futuro, c’è solo regressione».

Questa manifestazione è stata un grande successo: si parla di un milione di persone nelle piazze di tutta Italia. Non avevo dubbi, specie dopo le critiche di Daniela Santanché, della Gelmini e di Ignazio La Russa…

«La dignità delle donne salverà il nostro paese.»

Idealmente ho partecipato a quella manifestazione.


Salute e …peggio nun nisse.

La schiavitù in Italia

A Brescia dal 30 ottobre scorso quattro immigrati sono arrampicati su una gru, a 35 metri d’altezza, in segno di protesta per ottenere il permesso di soggiorno. Manifestazioni di solidarietà verso gli immigrati si sono svolte più volte, non sempre in modo pacifico.

Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, parlando a un convegno sulla sicurezza organizzato dalla Lega Nord in Comune a Milano ha detto: “Lo Stato non ha truffato nessuno. E noi non accettiamo ricatti. … Possono avere tutti i diritti che vogliono, ma fino a quando sarò io ministro non avranno il diritto di voto”.

In Italia la legge impedisce l’ingresso regolare e obbliga ad aggirare le norme

Ci sono tantissime persone che non sono regolari, che non hanno il permesso di soggiorno e che tuttavia lavorano a nero, come operai, saldatori, nei cantieri, ecc.
Siccome oggi è diventato reato essere clandestini, essere irregolari, il loro problema è che devono mettersi in regola.

Siccome abbiamo il cosiddetto decreto flussi, che è l’atto normativo con il quale il Governo stabilisce ogni anno quanti cittadini stranieri non comunitari possono entrare in Italia per motivi di lavoro e che non è stato mai aggiornato, questi extracomunitari non riescono ad inserirsi come lavoratori operai e allora l’unica strada aperta è quella per regolarizzare le badanti. Quindi molti di loro fanno domanda come se fossero badanti, perché in tal modo bloccano il processo che potrebbe portarli all’espulsione e quindi possono continuare a lavorare.
Molti hanno pagato, oltre che
500 € per la pratica, anche 5.000 – 7.000 – 8.000 € ai datori di lavoro, o ai ”caporali”.
Quelli che hanno fatto domanda vedono anche bloccati i loro documenti, per cui non possono tornare nel loro Paese a trovare i loro parenti, anche se ci fosse una situazione grave nella loro famiglia.
Inoltre secondo una circolare del Capo della Polizia Antonio Manganelli non può essere regolarizzato chi ha una condanna per non aver obbedito a un foglio di via.

In questo modo si è venuto a creare lo sfruttamento di persone che non sono regolari, che sono costretti a vivere nella clandestinità loro malgrado.
Secondo le cifre del Ministero degli Interni 50.000 persone sono senza il permesso di soggiorno pur avendo un lavoro.

É interesse che tali persone rimangano clandestine per essere ricattabili e sfruttate ad un lavoro nero sottopagato.
Lavorare alla luce del sole è un sogno o è un diritto? In Italia è un sogno avere il rispetto di un proprio diritto?

Si è già dimenticato che in passato anche gli italiani, intere generazioni di italiani, sono stati emigranti.

Salute e …peggio nun nisse.

Giornata di silenzio

Niente quotidiani in edicola, niente telegiornali, niente giornali radio, niente aggiornamento dei siti di informazione su internet. La stampa italiana si è fermata oggi per una giornata di sciopero nazionale contro il progetto di legge del governo Berlusconi che mira a limitare le intercettazioni telefoniche e la loro pubblicazione.


Sciopero dei giornalisti contro la “legge bavaglio”

La protesta è stata promossa dalla FNSI e sostenuta dall’Usigrai contro le limitazioni del diritto di cronaca contenute nel disegno di legge sulle intercettazioni, già approvato dal Senato e ora in discussione alla Camera. Un conto è il diritto alla riservatezza, un altro l’occultamento di notizie, impedendo anche per anni di conoscere i casi giudiziari. Così si sta mettendo un pesante bavaglio, si sta minando la democrazia. L’informazione è un bene pubblico, non è un privilegio dei giornalisti, né una proprietà dei padroni dei giornali e delle televisioni, né una disponibilità dei Governi.

Dello sciopero dei giornalisti si parla anche in numerose testate estere:
– In Spagna la legge bavaglio si chiama Loy Mordaza
– in Francia Loi Baillon
– in Germania Knebel Gesetz.

Salute e …peggio nun nisse.

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