Travisamento di tipo mediatico o prove di privatizzazione?

Il presidente del Consiglio Mario Monti, due giorni fa intervenendo in videoconferenza a un convegno che si teneva a Palermo, ha detto: «Il nostro Sistema sanitario nazionale, di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantito se non si individuano nuove modalità di finanziamento».

La frase ovviamente ha suscitato veementi reazioni da più parti: Bersani ha protestato “no a una sanità solo per ricchi”; la Cgil dal canto suo ha detto che “se vuole privatizzare lo dica”. Giacomo Milillo, segretario nazionale della Fimmg, la federazione dei medici di famiglia, ha dichiarato che è giusto cercare soluzioni innovative sia sul piano del finanziamento sia su quello dell’organizzazione del Sistema sanitario nazionale, ma l’importante è non stravolgere i principi fondatori del Ssn: universalità ed equità. Invece Angolo Testa, presidente del Sindacato nazionale autonomo medici italiani (Snami), ha affermato che i soldi ci sono, basta voler effettivamente intervenire sulle incongruenze e ruberie che sono sotto gli occhi di tutti.

Di fronte al coro unanime di proteste, una nota dell’ufficio stampa di Palazzo Chigi ha precisato che “… le soluzioni ci sono e vanno ricercate attraverso una diversa organizzazione più efficiente, più inclusiva e più partecipata dagli operatori del settore. … Per il futuro è però necessario individuare e rendere operativi modelli innovativi di finanziamento e organizzazione dei servizi e delle prestazioni sanitarie”.

Oggi il capo del governo ha aggiunto che “affermare la necessità di rendere il servizio sanitario pienamente sostenibile non ha nulla, proprio nulla a che vedere con la logica della privatizzazione. … Dobbiamo, in una società adulta, essere capaci e avere il dovere di parlare senza che le parole diventino veicolo di equivoci e fraintendimenti, ma parlare per vedere la realtà dei problemi”.

E così Monti è un po’ come Berlusconi: afferma un concetto e successivamente deve spiegarlo meglio, rettificarlo, smentirlo…

Salute e …peggio nun nisse.

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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica

I Giudici della III Sezione della Corte di Cassazione (presidente Saverio Felice Mannino) hanno assolto con  formula piena («il fatto non sussiste») Carlo Ruta, che era stato condannato in primo e in secondo grado per il reato di stampa clandestina, dopo l’accusa da parte del procuratore della Repubblica di Ragusa Agostino Fera, che si era dichiarato anche parte lesa sentendosi danneggiato da certi interventi online di Ruta. 

Con questa sentenza quindi si stabilisce che i blog non sono assoggettabili alla legge sulla stampa del 1948, in particolare non hanno l’obbligo di registrarsi presso il tribunale come testata giornalistica, a meno che non ricevano finanziamenti pubblici.

I non pochi blogger in Italia possono tirare un respiro di sollievo.

Salute e …peggio nun nisse.

Non voglio sprecare il mio tempo e denaro

A cosa servono i giornali? A influenzare l’opinione pubblica per conto dei loro proprietari e a inviare messaggi mafiosi alla bisogna. I giornali non vanno confusi con l’informazione.

É risaputo che gli italiani non comprano i giornali: in Italia sono solo sei milioni le persone che ogni giorno comprano il giornale, lo stesso numero che c’era nel dopoguerra.
Come riescono allora a sopravvivere i giornali?
Naturalmente con il finanziamento pubblico all’editoria; e non solo sopravvivono, ma ci vivono bene.

Da quando 25 anni fa una legge stabilì che i giornali di partito dovevano avere un contributo di sopravvivenza, si è trovato il modo, attraverso continue modifiche di legge nel corso degli anni, di dare direttamente o indirettamente soldi a tutti.
Con la legge del 1981 si dà un aiuto ai giornali di partito perché non in grado di sostenersi da soli. Nell’87 la legge cambia e basta che due deputati dicano il tal giornale è organo di un movimento politico, che può attingere al grande portafoglio; poi nel 2001 la legge cambia di nuovo: bisogna diventare cooperativa.
E così siamo arrivati a spendere 667 milioni di euro all’anno.

I contributi ai giornali sono stanziati dal dipartimento editoria, che dipende dalla Presidenza del Consiglio.

Alcuni giornali che prendono soldi dallo Stato vendono poche copie, addirittura c’è chi riesce a vendere due o tre copie al giorno (es. Napoli Più)!


Il contributo statale si basa sui costi e sulla tiratura. Più copie stampi più aumenta il contributo ma devi venderne almeno il 25% della tiratura, per esempio L’opinione tira 30.000 copie, se vuole i soldi pubblici ne deve vendere 7500. Ma non ce la fa. Allora per fare numero vende sottocosto a 10 centesimi. Sulle linee di stampa Unità e Libero si muovono in modo parallelo. Sono i due quotidiani che stampano e vendono di più, e di conseguenza prendono un contributo altissimo.

  • Il Foglio prende tre milioni e mezzo di euro all’anno
  • Libero cinque milioni e 371 mila euro
  • Il Riformista due milioni e 179 mila euro
  • L’opinione due milioni di euro
  • Linea (giornale del Movimento Fiamma Tricolore) prende due milioni e 500 mila euro all’anno
  • Il Roma (rifondato dall’onorevole Tatarella e dall’onorevole Bocchino) prende 2.582 mila euro all’anno
  • L’Indipendente (anche questo fondato dall’onorevole Bocchino) prende circa due milioni, due milioni e mezzo di euro l’anno
  • Il Denaro (giornale dell’Europa mediterranea) prende 2 milioni e 380 mila euro
  • Napoli Più prende un milione e 185 mila euro
  • Il Giornale d’Italia (organo del Movimento Pensionati Uomini Vivi) prende 2 milioni 582 mila euro all’anno
  • La Gazzetta politica (giornale socialista) ha un contributo di 516 mila euro all’anno
  • L’Unità circa 6milioni e 400 mila euro all’anno
  • Europa (l’organo della Margherita) prende tre milioni 138 mila euro
  • Il Secolo d’Italia tre milioni di euro all’anno
  • Liberazione (di Rifondazione Comunista) prende 3 milioni e 700 mila euro
  • La Padania prende 4 milioni di euro
  • Notizie Verdi intorno ai 2 milioni e 400 mila e i 2milioni e 500 mila euro
  • Il Campanile (dell’UDEUR) riceve un milione e 153 mila euro
  • La Discussione (giornale della Democrazia Cristiana) due milioni e mezzo di euro
  • I dodici giornali di Ciarrapico (tutti in vendita obbligatoria con Il Giornale ad un euro: Nuovo Viterbo Oggi, Ciociaria oggi, Nuovo Molise Oggi, Nuovo Rieti, Fiumicino, Guidonia, Ostia, Castelli Oggi) ricevano più di cinque milioni di euro all’anno
  • Italia Oggi (quotidiano di Class Editor) ha un contributo di 5 milioni di euro
  • L’Avvenire (Fondazione Santi Francesco e Caterina che fa riferimento poi alla Conferenza Episcopale Italiana) nel 2004 ha avuto contributi dallo stato per sei milioni di euro
  • Conquiste del Lavoro (giornale della CISL), tre milioni e 300 mila euro
  • Cavalli e Corse Sportsman prende un contributo statale come cooperativa di 2 milioni e 500 mila euro
  • La Nazione e il Resto del Carlino prendono più di due milioni e 800 mila euro di finanziamenti indiretti
  • Sommando le voci tra periodici e quotidiani nel 2004 La Repubblica-Espresso riceve 12 milioni di euro, RCS e Corriere della Sera 25 milioni di euro. Il sole 24 Ore della Confindustria, 18 milioni di euro. La Mondatori 30 milioni di euro.
  • Il Partito Radicale da sempre ha scelto di farsi finanziare la radio: prende 4 milioni di euro l’anno
  • Radio Padania e Radio Maria si spartiscono un milione di euro a carattere permanente cioè tutti gli anni
  • L’ultima fetta della torta dei contributi all’editoria stanziati dalla Presidenza del Consiglio, riguarda indistintamente radio e televisioni locali

Perché gli italiani non comprano i giornali? In Italia i giornali non sono l’informazione: non voglio sprecare il mio tempo e denaro per leggere cose non attendibili, comunque da confermare con altre fonti, probabilmente informazioni parziali o tendenziose.

Un giorno ho ascoltato in televisione un tizio che affermava che una certa notizia che riguardava un tale era vera perché non era stata data alcuna smentita!!!
Per sapere se quello che leggi è vero devi aspettare i giorni seguenti e vedere se ci saranno smentite.

Questa è l’Italia.

Salute e …peggio nun nisse.

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