Gli obesi sani non esistono

In uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine viene riportato che gli obesi apparentemente sani non stanno molto meglio dei soggetti pari peso con evidenti fattori di rischio cardiovascolare.
Caroline Kramer, ricercatrice presso il Mount Sinai Samuel Lunenfeld-Tanenbaum research institute di Toronto in Ontario, ha analizzato otto studi con un follow-up di 10 anni o più svolti su 61.386 persone che hanno sviluppato 3.988 eventi avversi, esaminando l’incidenza delle malattie di cuore e vasi e della mortalità per qualsiasi causa. L’obesità è stata definita come un indice di massa corporea (Bmi) di 30 kg/m2 o superiore, il sovrappeso tra 25-29,9 e il normopeso tra 18,5 e 24.9.
È emerso che rispetto alle persone di peso normale metabolicamente sane, gli obesi di qualsiasi peso, anche in assenza di anomalie metaboliche, hanno un rischio aumentato di malattia cardiovascolare e di mortalità a lungo termine.
L’eccesso di peso porta inizialmente a un disturbo metabolico subclinico, responsabile nel lungo periodo di una maggiore incidenza di eventi cardiovascolari e decessi.

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BMI è un fattore predittivo di mortalità

Dall’analisi collaborativa di 57 studi prospettici di follow-up a lungo termine di un gran numero di persone (900.000 adulti) è stato evidenziato che un BMI al di fuori del range ideale (22,5-25 Kg/m2 ) potrebbe causare un ampio incremento nei tassi di mortalità.

Benché altri parametri antropometrici come la circonferenza della vita ed il rapporto vita-anca potrebbero aggiungere informazioni significative al BMI, già il BMI in sé stesso è un forte fattore predittivo di mortalità.
L’aumento progressivo di mortalità al di sopra dei 25 Kg/m
2 è dovuto principalmente a malattie vascolari. Anche al di sotto dei 22,5 kg/m2 si ha un aumento di mortalità, ma la causa non è stata pienamente spiegata.
Con 30-35 kg/m
2 la sopravvivenza media si riduce di due-quattro anni, e con 40-45 kg/m2 si riduce di otto-dieci anni, il che è paragonabile all’effetto del fumo.
In età adulta potrebbe risultare più semplice evitare sostanziali aumenti di peso che perderne una volta che è stato accumulato. Evitando un ulteriore aumento da 28 a 32 kg/m
2, un tipico soggetto di mezza età guadagnerebbe circa due anni di speranza di vita, che diverrebbero tre in un soggetto giovane che evita di passare da 24 a 32 kh/m2.

Lancet 2009

 

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Il grasso addominale predice il rischio cardiovascolare

Uno studio prospettico pubblicato su American Journal of Cardiology ha stabilito che in pazienti con malattie coronariche croniche, l’obesità addominale rappresenta un fattore predittivo indipendente di eventi cardiovascolari e di ospedalizzazione per attacchi cardiaci; quest’associazione non risulta mediata da preesistenti condizioni di comorbilità, severità della cardiopatia, resistenza insulinica, infiammazione, livelli di neurormoni e di adipochine. Nel corso di 5 anni è stato misurato il rapporto vita-fianchi e l’indice di massa corporea (Bmi) in 979 pazienti clinicamente stabili. Il 13% dei partecipanti è stato ricoverato per attacco cardiaco e il 16% è andato incontro a problemi cardiovascolari. Un incremento di un’unità di deviazione standard del rapporto vita-fianchi è risultato associato a un aumento del 30% del rischio di ospedalizzazione e del 20% di eventi cardiovascolari. Entrambe le associazioni non sono influenzate da altre condizioni.

American Journal of Cardiology 2009, 7, 883-889

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L’attività sessuale e l’obesità

Una ricerca dell’Institut National de la Santé di Parigi, diretta dalla professoressa Nathalie Bajos e pubblicata dal “British Medical Journal” ha rilevato che l’obesità è nemica del sesso, specie per le donne.

Sono stati esaminati i dati di più di 12.000 soggetti, donne e uomini nella fascia d’età 18-69, in particolare il rapporto tra l’indice di massa corporea e l’attività e la salute sessuale.
Innanzitutto è stato notato come l’obesità riduca la possibilità di trovare partner: le donne obese (con indice di massa corporea superiore a 30%) avevano il 30% di chance in meno di aver avuto un partner negli ultimi 12 mesi. L’obesità è particolarmente nociva quando si parla di salute: le donne con chili di troppo sono più colpite da gravidanze indesiderate, malattie sessuali ed aborti (4 volte di più delle normopeso); gli uomini obesi sono i più colpiti dalla disfunzione erettile.

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Il grasso addominale predice il rischio cardiovascolare


Uno studio prospettico pubblicato su American Journal of Cardiology (
American Journal of Cardiology 2009, 7, 883-889) ha rilevato che in pazienti con malattie coronariche croniche, l’obesità addominale rappresenta un fattore predittivo indipendente di eventi cardiovascolari e di ospedalizzazione per attacchi cardiaci; quest’associazione non risulta mediata da preesistenti condizioni di comorbilità, severità della cardiopatia, resistenza insulinica, infiammazione, livelli di neurormoni e di adipochine. Nel corso di 5 anni è stato misurato il rapporto vita-fianchi e l’indice di massa corporea (Bmi) in 979 pazienti clinicamente stabili.
Il 13% dei partecipanti è stato ricoverato per attacco cardiaco e il 16% è andato incontro a problemi cardiovascolari.
Un incremento di un’unità di deviazione standard del rapporto vita-fianchi è risultato associato a un aumento del 30% del rischio di ospedalizzazione e del 20% di eventi cardiovascolari. Entrambe le associazioni non sono influenzate da altre condizioni.

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Il grasso come il fumo

Una nuova ricerca del Karolinska Institute in Stoccolma, pubblicata sulla rivista British Medical Journal, ha rilevato che l’obesità aumenta dell’82 per cento il rischio di malattie cardiovascolari.
Lo studio, effettuato su oltre un milione di coppie di padri e figli, ha riguardato il collegamento tra l’indice di massa corporea e il rischio di decesso, prendendo le misure dai figli e confrontandole con la salute dei loro genitori, al fine di eliminare eventuali altre influenze che potessero falsare i risultati.

Kamakki Banks, ricercatrice in cardiologia dell’Università del Texas, a Dallas, ha presentato uno studio alle Scientific Sessions dell’American Heart Association a Orlando, in Florida, con il quale ha rilevato che l’aumento dell’obesità tra gli abitanti degli Stati Uniti compensa la rinuncia alla sigaretta sui fattori di rischio cardiovascolare (cioè il rischio globale di andare incontro a un infarto o a un ictus), per cui la curva dell’aspettativa di vita non è destinata a migliorare. Pertanto sul cuore il grasso pesa come il fumo. Secondo Roberto Ferrari, presidente della Società europea di cardiologia, “questo è un fenomeno che in diversa misura si ritrova anche al di qua dell’Atlantico e che paradossalmente non è segno di opulenza ma dell’impoverimento della popolazione. Anche in Italia i maggiori tassi di obesità si trovano nei paesini più poveri e nelle fasce culturalmente più basse”.

Le malattie cardiovascolari sono principalmente conseguenza dell’aterosclerosi, che è una malattia che colpisce la parete delle arterie, causandone un restringimento (stenosi), sino, nei casi più gravi, alla loro occlusione.
Le stenosi possono ostacolare il flusso di sangue (e quindi di ossigeno e sostanze nutritizie) agli organi, soprattutto in condizioni in cui è richiesto un aumento del flusso (come, ad esempio, al cuore in caso di sforzo fisico). Se l’interruzione del flusso di sangue è completa e prolungata causa l’infarto, cioè la morte delle cellule.

Esistono una serie di fattori, detti fattori di rischio cardiovascolare, che ne favoriscono lo sviluppo e le complicanze, aumentando, quindi, il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari.

I fattori di rischio cardiovascolare possono essere suddivisi in modificabili e non modificabili.

I fattori di rischio non modificabili (su cui, cioè, non possiamo intervenire) comprendono l’età, il sesso maschile e la familiarità per malattie cardiovascolari.

I classici fattori di rischio modificabili (su cui si può intervenire) comprendono l’aumento dei livelli di colesterolo nel sangue (ipercolesterolemia), l’aumento della pressione arteriosa (ipertensione), il diabete, il fumo di sigaretta, l’inattività fisica, l’aumento dei livelli ematici di trigliceridi, l’obesità.
L’eliminazione, o almeno una drastica riduzione, di questi fattori di rischio, da cercare di perseguire già dall’età pediatrica, rappresenta uno dei mezzi più efficaci per ridurre il rischio di sviluppare un infarto o un ictus cerebrale e costituisce l’obiettivo principale della prevenzione delle malattie cardiovascolari.
É pertanto fondamentale uno stile di vita adeguato, con un’attenta alimentazione, che prediliga frutta, verdura e pesce, l’abolizione completa del fumo (due sigarette al giorno raddoppiano il rischio di infarto), una regolare moderata attività fisica (almeno 30 minuti 5 volte a settimana), ed il mantenimento del peso entro limiti ottimali (indice di massa corporea (cioè rapporto tra peso in Kg e quadrato dell’altezza in m
2 inferiore a 25).

Da notare che recentemente è emerso che ancora più importante del contenimento dell’indice di massa corporeo è mantenere la circonferenza del girovita a valori inferiori a 102 cm nell’uomo e a 88 cm nella donna.

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